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Uccidere le donne, una lunga storia fin troppo familiare

di Rosella Prezzo, pubblicato il 22 Agosto su Saggistica, Weekend di CultWeek

Mettere a morte le donne, vederle morire. Altro che raptus o bestialità, c’è una ‘pedagogia della crudeltà’ maschile per rimettere le donne al loro posto alimentata da un immaginario che si dipana nei secoli dalla Bibbia alle serie tv. Ivan Jablonka, storico francese che da tempo indaga la società patriarcale, ricostruisce ne ‘La cultura del femminicidio’ una fittissima grammatica della misoginia che agisce sin dall’infanzia. Mentre i tanti femminicidi di questi giorni consegnano al dibattito pubblico domande ancora inevase su responsabilità, omissioni e sottovalutazioni della violenza maschile, Jablonka invita a guardare dentro il lungo racconto del corpo femminile violato per ripensarlo e trasformare finalmente il nostro sguardo.

 

Sui muri di Napoli, “Cassandra parla”, opera della pittrice e street artist Emanuela Auricchio, 2022 “Mi hai fatto a pezzi per non affrontarmi intera” (M’he fatta ‘a piezze pe nun m’affruntà sana”) è la frase che accompagna una delle opere dell’artista napoletana Emanuela Auricchio. Una frase che dice icasticamente la verità su ogni femminicidio e fornisce anche un calzante esergo all’ultimo libro di Ivan Jablonka, La cultura del femminicidio (traduzione italiana di P. D’Ortona, Einaudi, Torino 2026).

L'autore Ivan Jablonka

Jablonka è uno dei più innovativi storici francesi contemporanei, che ha fatto anche tesoro del pensiero e del lavoro di tante storiche e pensatrici femministe. Da tempo si interroga (da storico e da uomo) sulla società patriarcale e la sua costruzione, sulla mascolinità e il suo immaginario, sulla violenza sessuale e i femminicidi. Così, in Laëtitia: o la fine degli uomini (traduzione italiana di M. Botto, Einaudi, 2018), ricostruisce il caso di una diciottenne rapita, stuprata e uccisa, con l’intento primario di ridare vita e storia a un corpo martoriato, divenuto solo un nome e un oggetto di polemica politica; mostrando, contemporaneamente, come un fatto di cronaca possa diventare il punto di partenza per interrogare un’intera società. In Uomini giusti. Dal patriarcato alle nuove mascolinità (traduzione italiana di R. Prezzo, Moretti & Vitali 2021), l’autore evidenzia poi quanto nel secolare dominio maschile si celi, in realtà, la miseria degli uomini che ritengono che avere un diritto di proprietà sul corpo delle donne faccia parte della loro identità di maschio.

La cultura del femminicidio

Con il suo ultimo lavoro, Jablonka prosegue e approfondisce il progetto storiografico e umano di “de-mascolinizzare” la storia e le scienze sociali. E con questo diverso sguardo affronta il femminicidio non quale epifenomeno criminale, ma quale espressione di un’implicita struttura di pensiero profondamente radicata nelle società, e quindi parte fondante di una cultura intera.
Un aspetto, questo, già sottolineato dall’antropologa Françoise Heritier nel suo saggio del 1996, Masculin/Féminin. La pensée de la différence, dove, interrogandosi sulla definizione, assunta universalmente in antropologia, dell’“Uomo come animale uguale agli altri ma unico nel suo genere”, forniva una sua risposta al tipo di unicità da attribuirgli. Se infatti la singolarità dell’animale-uomo è stata collegata, di volta in volta, al linguaggio, alla razionalità, all’immaginazione e anche alla perversione, Heritier ne indica una a suo avviso fondamentale: “L’Uomo è l’unica specie in cui i maschi uccidono deliberatamente le loro femmine”.  Questo vuol dire che l’uccisione come atto estremo di violenza dei rappresentanti di un sesso sull’altro non è attribuibile alla natura ferina dell’uomo, riconducibile cioè a un “istinto animale” o a un suo lato bestiale (come, per altro, immortalato magnificamente da Alan Poe nei Delitti della Rue Morgue); al contrario, si annida proprio in ciò che differisce dalla natura animale; ovvero la cultura, le forme del pensiero e dell’immaginario.

La "pedagogia della crudeltà"

Da parte sua, Jablonka questa cultura la indaga storicamente e vi rintraccia il filo rosso di una “pedagogia della crudeltà” verso le donne e il loro corpo, finalizzata a “richiamarle all’ordine – ordine sociale e tra i generi”. I femminicidi – è la sua tesi di fondo – non esisterebbero senza la “cultura del femminicidio”, senza cioè quella costruzione simbolica che modella il nostro sguardo, banalizza l’orrore e trasforma il crimine in racconto familiare. Perché, se la parola è alquanto recente, non lo è la cosa. Il femminicidio, infatti, “non è solo un crimine patriarcale che insanguina le nostre società da millenni, ma anche uno sguardo, una modalità, una disposizione mentale” in cui siamo immersi. Per questo ci invita a ri-vedere il modo con cui è rappresentata, detta, immaginata e illustrata, nei secoli, la messa a morte della donna, rendendocene consapevoli.

  Il "desiderio di distruzione" che inizia dalla Bibbia

Jablonka  Così, anche attraverso una sorprendente galleria iconografica, si squaderna sotto i nostri occhi quello “scenario ginocidiario”che si ripete per lo più in un’identica sequenza: sessualizzazione/erotizzazione della violenza, assassinio, profanazione o smembramento del corpo. Il femminicidio, osserva acutamente l’autore, non dipende dal desiderio sessuale, ma da un’altra logica, quella del “desiderio di distruzione”, della negazione di “ogni libertà che sia indipendente dal piacere (sovrano) dell’uomo”. Uno scenario che, a memoria, inizia fin dalla Bibbia.

     La cultura del femminicidio si apre allora con il terribile e oscuro, ma emblematico, racconto biblico, presente nel Libro dei Giudici (19-20). Un sacerdote va a recuperare la sua “concubina” dalla casa del padre. Nel viaggio di ritorno i due fanno sosta a Gabaa per la notte, trovando ospitalità presso un vecchio. Ma qui, la casa viene circondata da un gruppo di uomini malintenzionati che vogliono abusare del levita. Per salvare sé stesso, egli offre in cambio la donna, che viene stuprata e seviziata per tutta la notte fino a cadere esanime sulla soglia di casa. All’alba, constatatane la morte, il levita carica il corpo su un asino e, giunto a casa, con un coltello lo smembra in dodici pezzi che manda alle tribù d’Israele perché puniscano con la guerra la tribù dei Beniamiti. Della donna (ridotta a puro corpo da scambiare, possedere, violare e in quanto tale reso simbolico) non è dato sapere il nome proprio, né sentirne la voce o il suo pensiero, né coglierne un moto di ribellione.

 Il corpo violato della donna dalla mitologia greca a Epstein

   Da qui e dalla mitologia greca la storia culturale ginocidiaria prosegue fino alla nostra contemporaneità adattandosi ai vari modi e generi artistici (dalla pittura e letteratura al cinema, alla pubblicità, alle serie Tv, ai video-porno, alle canzoni pop e rap…). Una cultura che si è alimentata della rappresentazione del martirio delle sante (così diverso da quello dei santi), della caccia e dei roghi delle streghe o dai tavoli anatomici, dove venivano distese, in pose sensuali, le cosiddette “Veneri anatomiche”, ingioiellate e perfettamente truccate. Bastava che lo studente di medicina o l’uomo di scienza ponesse le mani sui loro fianchi o sul seno, perché esse si aprissero, come scatole a sorpresa, nell’estremo disvelamento del loro contenuto viscerale, in un atto in cui la verità scientifica e la fantasia maschile di penetrazione si saldavano insieme. La scena divenne poi un vero e proprio spettacolo, quando il pubblico, munito di biglietto, cominciò ad accalcarsi nelle aule ad anfiteatro per assistere dal vivo alle esibizioni delle autopsie, in particolare quelle atte a sviscerare i misteri del corpo femminile. Nell’Ottocento la spettacolarizzazione del corpo violato si rinnova con le sedute aperte al pubblico del professor Charcot che esibisce le performance delle sue «isteriche», o negli obitori dove si possono sbirciare gratuitamente i cadaveri martoriati di giovani prostitute. Per non parlare dei numeri di magia o circensi in cui le donne (sempre loro) vengono fatte sparire o segate in due, oppure rese obiettivi animati di virtuosi lanciatori di coltelli. E senza dimenticare il femminicidio simbolico inscenato delle bambole meccaniche montate e smontate dagli uomini (come l’Olimpia di E.T.A. Hoffmann, la Maria robot in Metropolis di Fritz Lango le bambole di Bellmer). E un’eco di tutto ciò non la ritroviamo forse nel caso Pelicot o in quelli della cosiddetta droga del sesso che le cronache ci riportano ormai sempre più spesso? E la figura di un Jack lo squartatore non rivive, oltre che al cinema, nei serial killer delle serie televisive che consumiamo a livello domestico e che si aprono ripetutamente con un corpo di donna violentato e orribilmente oltraggiato? E il fantasma di Barbablù o le imprese sadiche del divino marchese non le ritroviamo forse in un moderno faccendiere come Epstein?

   Come cambiare lo sguardo maschile?

  Scavando negli “archivi” delle epoche passate attraverso la storia dell’arte, l’iconologia, la medicina, l’anatomia, la letteratura, la fotografia, la pornografia, il cinema, la cronaca giudiziaria, la pubblicità, la musica, la cultura digitale,  Jablonka vi trova, in modo sorprendente, pari allo stupore crescente in chi legge, la trama di una cultura “che consiste nel guardare le donne morire – e nel godere di questo spettacolo”; è una “cultura in cui siamo immersi”, una “grammatica acquisita sin dall’infanzia”, una struttura del pensiero, che esaudisce simbolicamente e collettivamente “il sogno di ogni misogino: sbarazzarsi delle donne”. Come spiegare altrimenti la contraddizione per cui l’assassinio spesso efferato di una donna susciti l’indignazione politica e morale ma sia poi così onnipresente in ogni campo artistico e culturale?

     Senza mai cadere in una denuncia semplicistica, né appellarsi a censura di opere che spesso sono dei capolavori, Jablonka interroga anche la nostra stessa fascinazione verso tali storie. Ma, allora, come smettere di tollerare l’intollerabile? Come cambiare lo sguardo maschile che si è imposto attraverso le varie forme d’arte, sia popolari che alte? In questo libro che chiama direttamente in causa gli uomini, Jablonka invita a inventare una “contro-cultura”, capace di restituire la dignità delle vittime rompendo le logiche voyeuristiche, ripensando i nostri racconti e trasformando i nostri sguardi.

 Ripartire da Mille e una notte

   Un modo però può venire dalle storie divergenti che sono state già narrate e in cui le donne interrompono il destino ginocidiario ponendosi in un’altra storia e in un differente universo simbolico. Così, mentre si discute accanitamente sull’Odissea riletta con grande maestria da Nolan e la lunga teoria di femminicidi di questi giorni riapre il dibattito pubblico su responsabilità, omissioni e sottovalutazioni della violenza maschile contro le donne, è venuto spontaneo ripensare a un altro grande capolavoro che è alla base di una cultura verso cui ci poniamo spesso come superiori. Eppure, se ci riflettiamo, non abbiamo a fondamento della cultura europea-occidentale un’opera paragonabile alle Mille e una notte, in cui protagonista assoluta è l’intelligenza di una donna. Quella raccolta composita di racconti orali di origine persiana, indiana e araba si è diffusa in Occidente agli inizi del ‘700, attraverso una traduzione lacunosa e rimaneggiata, in cui Shé(hé)razade perde, insieme a una sillaba centrale del suo nome, le sue qualità più proprie a causa di un immaginario orientalista che la trasforma nel prototipo di tutte le Odalische, oggetti di desiderio sessuale e di voluttà. Ma quell’intreccio di storie, letto nella sua integralità, e soprattutto nella sua inquadratura, dice ben altro. Vi potremmo sorprendentemente scorgere la prima narrazione del Femminicidio e della sua risoluzione.

     Il re Shahiyàr, tradito da una delle sue mogli, concepisce un odio mortale per l’intero genere femminile. Decide di vendicarsi facendo uccidere dapprima l’infedele e ordinando poi al visir di condurgli ogni notte una vergine che egli sposa, possedendola sessualmente, per poi farla decapitare all’alba. La strage continua per tre anni finché non resta più una sola donna in età da marito in tutto il reame, ad eccezione delle tre figlie del gran visir, tra cui Shéhérazade, la quale decide di sfidare la sorte e si offre per liberare il regno dal lutto. Non però in un atto di immolazione ma di ribellione. Accomiatandosi dal padre, essa si esprime infatti con parole di condanna nei confronti della logica mortale della legge paterna e del sovrano: «O rimarrò in vita – dichiara – o sarò il riscatto delle vergini musulmane e la causa della loro liberazione dalle mani del re e dalle tue». Ma Shéhérazade non perderà la testa perché si farà forza non tanto della sua bellezza o seduzione, bensì della sua intelligenza, accompagnata da una portentosa memoria e da una cultura alimentata dalla vasta biblioteca che possiede. Sono queste le qualità attraverso cui viene descritta, insieme alla sua particolare capacità di narrare storie. Sposa perciò il sovrano ma, la prima notte di nozze, prende a raccontargli una storia che interrompe nel momento più emozionante. Come si sa, ciò invoglia il re, impaziente di sentire la fine, a sospendere l’esecuzione. Così, di notte in notte, coi suoi racconti sapientemente inanellati o rinchiusi uno nell’altro come in un sistema di scatole cinesi, lei riempie con le sue parole il silenzio di morte, sospendendo il tempo. Fino a che, grazie all’intelligenza femminile che tiene insieme le storie, smontando una storia unilaterale maschile, coattivamente ripetuta nelle sue ossessioni, mostra la possibilità e la ricchezza di un’altra storia, una storia polifonica che, come direbbe Maria Zambrano, fuoriesca dalla “storia sacrificale” fatta solo di “idoli e vittime”.

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