Le vie per la trasformazione

Le vie per la trasformazione

Antonella Tennenini, diplomata al Corso di Perfezionamento Forme di governo e logiche decisionali femminili ella storia e nel presente, Roma.

Siamo cresciuti e cresciute sotto l’ombra di pregiudizi e giudizi che hanno influito sulle scelte comportamentali, relazionali e civili, con ripercussioni particolarmente consistenti sulle donne, soggette a categorizzazioni da sempre. La confusione diffusa nella società, preda di consumismi futili e dannosi per la vita, la trascuratezza dell’anima, il collasso ecologico, i cui effetti sono dirompenti con la pandemia, stanno portando alla ricerca di un nuovo umanesimo. Le persone prima che consumatrici sono cittadine, quindi devono avere l’opportunità di partecipare attivamente alla vita pubblica e istituzionale. Oggi più che mai, tra gli altri, è molto acceso il dibattito tra tempi di vita e tempi di lavoro, la cui realizzazione della conciliazione dipende anche dalle donne, dalle loro capacità decisionali trasformatrici. La trasformazione infatti porta con sé più stabilità, più efficacia rispetto al cambiamento.

Qui non si tratta della nota questione di genere. Infatti la tanto sbandierata idea di uguaglianza non ha mai trovato concretezza, perché da nessuno davvero sentita e voluta, ponendosi in conflitto con l’esercizio della libertà e della liberazione, essendo afferente alla sola necessità. L’uguaglianza non esiste, è un falso mito svelato dal tempo. La differenza invece fa sgorgare idee e pratiche originali. Infatti notoriamente nasciamo tutti diversi, ciascuno con le proprie potenzialità, talenti, slanci che però, una volta cresciuti, la società tende ad appiattire, per omologazione e sistematicità. Non vi sono altre vie se non ripartire da istruzione e sapienza, trascurate in nome della predominante finanza, che concepisce interessi finalizzati solo al profitto. L’economia invece è altro, infatti etimologicamente significa “cura della casa”. La centralità della finanza, unita alla rilevanza data alle apparenze, sta generando da troppo tempo infelicità, incomunicabilità relazionale tra le persone e impoverimento da debolezza di pensiero e di azione verso il bene. La società odierna necessita dunque di un risanamento profondo da tanti punti di vista, in primis etico e civile.

A tal proposito è di fondamentale importanza la differenza che possono fare le donne, alle quali va insegnato e tramandato il valore delle loro potenzialità, per liberarsi dall’imposizione delle decisioni maschili, talvolta sbagliate e arroganti. Ancora oggi sono gli uomini a rappresentare la maggioranza negli ambiti “governativi” con le loro attitudini e capacità distinte da quelle femminili. Basti pensare che nella contingenza epidemiologica quasi nessuna donna è presente nelle task force, e in un mercato in forte crisi è più facile escludere le donne, poiché il clima sociale permette di svilire il loro modo di essere nelle organizzazioni, nel management. Attenzione particolare merita il lavoro agile, da applicare per i molti vantaggi, ambientali e di cura della persona, ma non totalmente da remoto, sradicato dal luogo di lavoro, in quanto se necessario per l’emergenza sanitaria, non può essere prospettato come soluzione definitiva per il futuro, in quanto non “concilia”, anzi scarica il menage familiare sulla donna, escludendola dalle decisioni assunte nella sede fisica di lavoro.

La prima a credere fermamente di dover agire sulla base delle proprie capacità e forze, deve essere proprio la donna con la sua sensibilità e percezione della realtà, uniche, differenti da quelle maschili. Imitare l’unico modello di riferimento, maschile, la pone su un piano di dipendenza, anziché di distinzione.

È necessario che ogni essere umano possa scegliere per sé ciò che vuole nel rispetto altrui, superando definitivamente anche la donna quella sottomissione che per millenni l’ha vista ai margini; oggi ha vari strumenti per farsi valere ed entrare nei ruoli decisionali, quindi “avere finalmente una voce in capitolo”.

A tal fine, trasformazione di mentalità e sapienza sono essenziali. Rimuovere i ceppi del “si è sempre fatto così”, associato a paure e mancanza di coraggio, diventa una sfida, che va perseguita. Proliferano movimenti femminili, ma i cambiamenti sono duri da introiettare, perché pregiudizi e stereotipi sono tanto radicati, supportati da tradizionalismo: estirparli richiede grande forza di volontà, impegno, intelligenza, partecipazione da attori, non da meri spettatori dei cambi di rotta.

Pertanto sin dalle scuole primarie si rende necessario curare e assicurare una formazione educativa alle donne verso la consapevolezza dell’espressione della loro autorità, intesa come miglioramento della società tutta nei vari contesti decisionali, attraverso il riconoscimento di pensieri, atti e riflessioni che devono prendere nuove direzioni.

A titolo esemplificativo si riportano un paio di casi scandagliati secondo la filosofia della differenza, da cui trapelano e si percepiscono evidenti modelli e schemi comunemente accettati, anche se profondamente errati e soprattutto disfunzionali, che spesso vengono tramandati senza discernimento e senza scorgervi il malessere di cui possono farsi portatori.

  1. Questa è la storia di una ventiduenne con un fidanzato palesemente “padrone”.

Lui, più grande di lei di qualche anno, non le permette di uscire con le amiche, di lavorare; la domenica esige che solo a lui venga offerto il piatto migliore, nella fattispecie manicaretti fatti a mano da lei, che invece può mangiare tranquillamente anche gli avanzi del giorno prima. Il tutto si svolge nel contesto familiare della giovane, alla presenza dei genitori. Sorge spontaneo domandarsi se soprattutto la madre osservi quanto avviene anche davanti ai suoi occhi e come reagisca la ragazza. La storia procede senza scrupoli della madre, che pur di vedere sistemata la figlia, come lo schematismo impone – sposarsi e fare figli, raggiunta l’età adulta –, sostiene i comportamenti del fidanzato del tutto fuori luogo e mancanti di ogni forma di rispetto, mentre la figlia li accetta passivamente, non rendendosi conto della loro gravità. Lo status sociale e culturale dei contesti familiari è medio-basso: statisticamente è più probabile che ancora vigano certe convinzioni legate alla mera tradizione e che l’educazione non sia particolarmente curata. Tuttavia vale la pena qui ricordare che nessuna struttura o sovrastruttura può essere superiore all’amore di una madre per i propri figli e figlie. Dunque anche in un contesto familiare molto elevato dal punto di vista culturale ed economico, se mancano l’amore, il risveglio della coscienza e una formazione specifica volta a vedere il mondo in modo diverso, lo schema tradizionale, e con esso anche le imposizioni maschili, prevale. 

  1. Questo episodio è capitato in un’assemblea sindacale.

Si discute del sistema di valutazione, che presenta falle in ogni dove, facendo rientrare nei criteri, mediante apposite formule, la presenza, con la conseguente punizione di chi si ammala. Principio del tutto contrario alla vita, anticostituzionale, dal momento che per lavorare occorre essere in forma nel corpo e nella mente.

Il sistema, di evidente matrice maschile, inizialmente in bozza penalizzava come assenza anche la maternità! Oltretutto in un Paese che denuncia ogni giorno gli alti tassi di denatalità. Non solo. Il personale che lavora bene, competente, che si dedica con affezione al proprio lavoro, nell’ordine delle cose va gratificato; invece ad aggravare la situazione si propone l’individuazione di un ristrettissimo numero di eccellenze da premiare. Come si fa a prestabilire chi può ottenere un risultato superiore a priori? Va da sé che la valutazione è sempre un tasto molto delicato in ogni ambito, perché riguarda le persone che non sono numeri e/od oggetti. Dunque bisogna stare attenti all’etica, al benessere organizzativo, ai principi di iniquità e antidiscriminatori. Occorre per l’appunto studiare, formarsi, scartabellare la letteratura in ambito docimologico e poi iniziare a parlare di criteri che prevedano naturalmente una differenziazione. Tanto premesso, rappresentato e condiviso in assemblea, con l’indignazione degli astanti, ad un certo punto una rappresentante sindacale prende lo spunto di salire sul podio con il microfono per lanciare una provocazione, una sfida alle donne presenti in platea: “cosa possiamo fare noi donne di fronte a questa situazione, quale iniziativa intraprendere rispetto a quanto sta accadendo?”. Dal fondo della sala si leva una donna che urla: “che ne facciamo una questione di genere?”. La rappresentante sindacale, scoraggiata, passa il microfono ad una collega arguta venuta in suo soccorso per sostenere l’idea. Così, in tandem entrambe hanno spiegato agli uomini e alle donne presenti il senso di quella proposta, più in generale il valore delle donne, come attraverso la loro sensibilità, il senso della cura, possano apportare un contributo diverso, e quindi fare la differenza anche nella risoluzione di questa problematica. Uscite dall’assemblea un po’ sconfortate, le due incontrano la donna della “questione di genere” che, ravvedutasi, si è scusata più volte per l’inconsapevole uscita, riconoscendo invece l’importanza dell’impulso dirompente lanciato verso un cambiamento favorito anche dall’azione delle donne.

Il fare rete delle donne diviene fondamentale per valorizzare le decisioni femminili. Infatti, grazie soprattutto alla perseveranza ostinata di un gruppo di donne, quel sistema di valutazione fu abrogato.




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